La nuova puntata di Ricette al Margine - due cucine che si incontrano a distanza - ci porta in Giappone.
Dopo aver letto Le ricette della Signora Tokue, di cui ho parlato qui, ho proposto a Daniela di preparare il pasto emblema della cucina giapponese: il bentō (弁当).
Presente in tutti gli anime, il bentō è una preparazione monoporzione disposta in una scatola con scomparti, pensata per essere consumata fuori casa ma preparata con grande attenzione all’equilibrio tra gusto, nutrizione ed estetica. In Giappone il nome indica sia il contenitore sia il cibo stesso. Non è un semplice “pranzo al sacco”, ma un piccolo rituale quotidiano che unisce praticità e cura formale.
Secondo diverse fonti, fu Oda Nobunaga, noto condottiero del 1500, a contribuire alla diffusione del termine “bento”, distribuendo pasti individuali semplici ma ordinati ai visitatori del suo castello.
Oggi il bentō rappresenta molto di più di un pasto pratico. È un gesto quotidiano che racconta attenzione, equilibrio e rispetto dei tempi e delle stagioni. Una cura silenziosa che passa attraverso il modo in cui il riso viene disposto, i colori accostati, le porzioni pensate perché ogni boccone abbia il suo spazio.
Non stupisce che compaia così spesso negli anime. Il bentō è casa portata fuori, è un modo per prendersi cura di qualcuno anche quando non si è presenti. Prepararlo significa pensare all’altro, immaginarne la pausa, anticiparne il gesto di aprire la scatola.
È da qui che siamo partite io e Daniela. Da due cucine lontane, da mani che lavorano in parallelo, da un libro che ci ha fatto venire voglia di cucinare. Il nostro bentō nasce così, in equilibrio tra distanza e condivisione, come se quella scatola potesse, ancora una volta, accorciare lo spazio che ci separa.
Italia
Bentō dei Nerini del buio
Martedì.
Ho provato molte volte a preparare un bentō, o qualcosa che si avvicinasse ad esso. Mia figlia ed io ne andiamo pazze sin da quando lo vedevamo comparire, così invitante, nei nostri anime preferiti. Anni fa, dal Giappone, ordinai per lei un piccolo bentō di Totoro. È stato il suo compagno silenzioso durante gli anni della scuola primaria, la scatola verde che aprivo ogni mattina per riporre con cura la merenda che preparavo per lei.
Paninetti a forma di orsetto, farciti di cioccolato o di formaggio. Stelline di carote o cetriolo ritagliate con pazienza. Onigiri con la foggia di simpatici gattini. Non c’era nulla di più gratificante che immaginare la sua faccia al momento dell’apertura, lo sguardo che avrebbe cercato prima la forma e poi il contenuto, come se quel gesto trasformasse una semplice pausa in una piccola sorpresa quotidiana.
Sono questi i ricordi che affiorano mentre, oggi, penso a come stupirla domani. Il bentō che preparerò per lei a pranzo nasce da qui, dal desiderio di ritrovare, anche solo per un istante, quell’effetto sorpresa infantile degli anni passati.
Per non essere presa alla sprovvista, per ottimizzare i tempi e lasciare spazio al piacere del gesto, comincio a immaginarlo ora. Questo bentō sarà dedicato ai miei personaggi preferiti dello Studio Ghibli, i Nerini del buio, i graziosi e rumorosi spiriti della fuligine.
L’ideazione comincia così, molto prima dei fornelli, come spesso mi capita di fare con piccoli schizzi che riproducono il piatto o come intendo fotografarlo. Nessun lavoro artistico, solo un appunto visivo che mi aiuta nella preparazione.
Mercoledì.
Ho tutto pronto, o quasi. Ho dimenticato di comprare le carote. Nel frigo ne ho tre un po’ mosce ma andranno bene lo stesso. Il riso lo preparo in mattinata così può raffreddare con calma. Con la cuociriso praticamente si prepara da solo. Da quando la utilizzo, ho capito perchè non manca mai nelle case giapponesi. Probabilmente, è l’elettrodomestico più utile per un popolo che si nutre ogni giorno di riso. Il resto lo farò nell’ora di pausa pranzo.
Lo lavo più volte come vuole la tradizione, e lo metto a cuocere poco prima di mezzogiorno. Quando è pronto, lo lascio intiepidire. Solo allora può essere utilizzato. Di recente ho appreso che in lingua giapponese non esiste il riso in astratto ma cambia parola a seconda di quello che diventa. Crudo è kome, cotto è gohan.
Prima lo pensi, poi lo cuoci, infine lo trasformi. Nel mio caso in onigiri.
Nel tempo ho accumulato molti strumenti che agevolano la preparazione di pasti giapponesi. Le formine per onigiri sono tra quelli più utili. Una volta raffreddato il riso basta inserirlo nella formina, uno strato, poi il ripieno - per me tsubamayo (tonno e maionese) - e infine un altro strato di riso. Si pressa e l’onigiri è pronto.
Io utilizzo la ricetta base di Il Menù di Yocci di Yoshiki Noda, un’incredibile illustratrice che negli anni è diventata per me una piccola guida. È stato il mio primo libro di ricette giapponesi. Quello che mi ha dato lo slancio per iniziare ad accostarmi a questa meravigliosa cucina.
Ora di pranzo.
Se le mamme giapponesi lo preparano alle cinque del mattino, prima che tutti escano di casa, io posso farcela in un’ora. O almeno questa è l’idea.
Inzio dagli onigiri.
Con il riso bianco realizzo delle piccole stelle ripiene di tonno e maionese. Poi passo ai Nerini del buio. Condisco il riso rimanente con tonno e mais, lasciandone una parte semplice, con il mais e un filo d’olio, da inserire così com’è nel bentō.
Formo delle palline che rivesto con alga nori, poi le richiudo nella pellicola e le metto a riposare in frigo.
Nel frattempo preparo il pesce.
Uso del nasello surgelato, passato velocemente nell’uovo sbattuto e nel panko, che aderisce senza troppo entusiasmo. Sarebbe stato meglio prendere il merluzzo fresco ma la pigrizia ha vinto anche questa volta.
Quindi, mi dedico alle stelline ricavate dal cetriolo e dalle misere carote che non si prestano benissimo. Con il cetriolo avanzato preparo anche dell’acqua aromatizzata con limone, così da aggiungere una bibita fresca.
Poi preparo gli occhi dei Nerini. Trovo un “fattapposta” di plastica da utilizzare come formina e ritaglio le pupille da una sottiletta. Funziona meglio del previsto.
Il pesce è pronto.
Inizio l’impiattamento, seguendo il disegno, insalata sul fondo, a fare da divisorio, poi il riso con mais e sesamo, gli onigiri a stella e i Nerini.
Lo spazio finisce.
Il pesce non entra. E siccome è venuto anche poco fotogenico, lo lascio fuori senza troppi rimpianti. Lo mangerà da solo. Non è degno nemmeno di essere fotografato.
In ultimo pongo le stelline di cetriolo e carote con cura. Scatto la foto, dove decido di inserire anche il libro di Yocci resta una fonte continua di ispirazione.
Faccio in tempo a sistemare tutto e suona il citofono.
È arrivata.
Chiudo il bentō e lo lascio sul tavolo.
Quando lo apre fa la stessa espressione di quando era piccina. Gli occhi raggianti e la bocca spalancata in una smorfia di stupore e meraviglia.
Mi chiede come ho fatto.
Le dico che lo sto programmando da giorni e che, in fondo, è più facile di quanto sembri.
Non le dico che mi sono divertita, ma lei sicuramente lo sa già.
Non le dico che preparare questo bentō è un gesto di cura, forse il più semplice che conosco.
Quando sono lì, concentrata a ritagliare, comporre, sistemare, non c’è spazio per altro.
Il tempo si restringe, e tutto diventa leggero.
Da qui lo stesso piatto entra in un’altra cucina.
Tunisia
Il mio bento italo-giapponese-tunisino
Quando Manu mi ha detto che il libro da cui avremmo preso spunto per la nuova ricetta era ambientato in Giappone e che avremmo fatto un bentō, sono stata subito entusiasta.
La cucina giapponese mi piace moltissimo. Mi è sempre capitato di mangiarla durante i viaggi, ma non mi sono mai davvero messa ai fornelli per prepararla.
La prima volta che ho sentito parlare del bentō è stato tantissimi anni fa, in Giappone, durante un viaggio con la mia famiglia. Eravamo ospiti di un amico di mio padre sposato con una giapponese. All’epoca non era ancora arrivato in Occidente.
Negli anni poi è diventato quasi un fenomeno di tendenza, ma io non l’ho mai preparato. Non so perché ma l’ho sempre associato alla nostra schiscetta: un pranzo preparato da casa e portato via, solo in una versione più orientale.
Il cibo come linguaggio
Prima di iniziare mi sono documentata. Anche Manu mi ha mandato materiali bellissimi e mi sono resa subito conto che i giapponesi, sull’estetica del cibo, sono davvero anni luce avanti. Io invece, con la mia manualità, non riuscirei a fare certe decorazioni neanche tra un milione di anni.
Il bento non è semplicemente una scatola con del cibo dentro. È quasi un’equazione matematica: una parte di riso o carboidrati, una parte di proteine, una parte di verdure e poi piccoli contorni.
Ma più che il piatto in sé, mi ha colpito la sua composizione: porzioni piccole, colori diversi, ingredienti separati con cura, condimenti leggeri. Nulla sembra lasciato al caso, ma tutto dà un senso di equilibrio, ordine e leggerezza.
A quel punto mi sono resa conto di una cosa interessante. Il bentō giapponese è l’opposto della cucina tunisina. Qui in Tunisia il cibo è condivisione, abbondanza, tavole piene e convivialità. In Giappone invece tutto sembra più misurato, ordinato, essenziale. Mondi diversi, ma con una cosa in comune: il cibo racconta sempre una cultura.
Alla ricerca degli ingredienti
Così armata di carta e penna, con internet aperto davanti, cerco di capire come preparare un bentō equilibrato e inizio a segnarmi tutto su una lista della spesa. Io sono ancora una di quelle persone che ama la carta e la penna: mi aiuta a mettere ordine e a organizzarmi meglio su dove reperire tutto quello che mi serve.
Per il mio piatto ho scelto come proteina principale il pollo, un ingrediente universale che qui in Tunisia si trova praticamente ovunque e che viene cucinato in mille modi diversi: arrostito, in tajine, con le verdure, oppure fritto in pastella come street food. È un ingrediente quotidiano della cucina, e io ho deciso di farlo alla teriyaki.
La base, sia per le verdure che per la carne, era la salsa di soia. Questa volta però ero tranquilla, perché qualche settimana prima una mia amica mi aveva fatto scoprire un piccolo negozio di prodotti asiatici molto fornito.
Quindi mi sentivo sicura: salsa di soia e riso giapponese, tutto sotto controllo. Peccato che, una volta arrivata lì, la soia ci fosse ma il riso no. Ovviamente non poteva mancare l’imprevisto.
Al suo posto però, ho trovato un riso indiano. Il sacchetto mi ha subito conquistata e ho deciso di provarlo senza pensarci troppo.
E lì ho capito che il mio bentō stava già prendendo una direzione tutta sua, una sorta di versione orientale ma un po’ più “allargata del previsto”.
La prima parte degli ingredienti era stata sistemata, ma adesso mancava tutto il resto.
Il sabato mattina, come sempre, vado a fare la spesa. Prendo le carote dal mio banchetto di fiducia, belle terrose ma piene di sapore. Avevo in mente di prendere gli spinaci, ma poco più avanti vedo un camioncino pieno di erbe spontanee di campo.
Ovviamente non mi lascio sfuggire l’occasione e mi avvicino. Non saprei dirvi esattamente quali fossero tutte le erbe, perché il venditore mi ha spiegato, tramite il santo Google Traduttore, che erano “erbe spontanee di campo”. Io ho riconosciuto solo la bieta, ma erano così fresche e invitanti che non ho resistito. Ho deciso che sarebbero diventate il mio contorno, insieme ai semi di sesamo.
La missione spesa stava andando avanti, ora mi mancavano solo le uova e il pollo.
Le uova sapevo dove prenderle, dalla mia vicina che ha un pollaio. Con lei ormai è nata una piacevole amicizia fatta di chiacchiere davanti a un caffè o a un tè alla menta, e di continui scambi tra francese, arabo e italiano.
Le sovracosce di pollo decido di prenderle in un piccolo negozio scoperto quasi per caso, con una particolarità un po’ insolita: il pollaio nel retro. La prima volta che sono entrata, ammetto, mi ha fatto uno strano effetto. Ora però ci ho fatto l’abitudine e la carne è davvero ottima.
Una maratona in cucina
Finalmente ho tutto e posso mettermi a cucinare.
Guardando il mio progetto, capisco una cosa molto chiara: il bento non è una ricetta, ma una sequenza di preparazioni che devono incastrarsi perfettamente tra loro.
Io di solito sono abbastanza organizzata, ma questa volta mi sento messa alla prova.
Inizio alle cinque del pomeriggio, convinta che finirò presto. Peccato che rimarrà solo un’idea.
Metto tutto sul tavolo della cucina come se stessi preparando una piccola linea di lavoro.
Per prima cosa decido di pulire le erbe di campo. Giusto per non farmi mancare nulla, non ne ho preso una sola “per provare”, ma ben tre mazzi, perché so che in cottura si riducono tantissimo. Insomma, mi piace rendere le cose un po’ più movimentate.
Così mi metto a lavarle con calma (ho trovato nel mezzo fiori e fili d’erba) e le lascio in ammollo con il bicarbonato. Nel frattempo passo alle carote che decido di farle alla kinpira. Ammetto che, se c’è una cosa che non amo fare, è pelarle (non so perché, eppure le uso spesso).
Il problema vero arriva dopo: devo tagliarle sottilissime a fiammifero. Non essendo proprio il mio talento naturale, diciamolo, e rischiando anche di tagliarmi, chiamo il mio sous-chef personale, il mio compagno, che con una pazienza infinita segue le mie indicazioni (o ordini, dipende dal punto di vista) mentre gli mostro le foto di come devono venire. Da fargli una statua.
Così, mentre lui taglia, io preparo il condimento mescolando salsa di soia, un pizzico di peperoncino e zucchero di dattero. Non avendo il mirin, lo zucchero di dattero si rivela una sorpresa inaspettata, dà alla salsa un equilibrio agrodolce davvero interessante.
Finito tutto, salto prima le carote in padella con olio di sesamo (qui si chiama huile de sésame, in arabo zayt al-simsim). Dimenticavo l’olio lo avevo preso nel piccolo negozio dove avevo comprato anche la salsa di soia. Devo dire che sono rimasta sorpresa, vendono olio di sesamo puro “giapponese doc”. Lo si trova anche al Carrefour, ma non è quello che arriva dal Giappone, così l’ho preso lì. Volevo restare in modalità bento autentico… o almeno provarci.
Aggiungo poi il condimento e un po’ d’acqua per legare tutto, e le lascio cuocere finché diventano morbide, ma mantengono ancora quella leggera croccantezza.
A fuoco spento completo il tutto con i semi di sesamo bianco. Finalmente la prima preparazione è fatta e posso metterla da parte.
Poi passo alle erbe di campo.
Le ho sciacquate tutte e asciugate per bene, poi ho preso la mia bella pentola grande, ci ho messo l’acqua e l’ho portata a bollore. A quel punto ho aggiunto le verdure di campo, che devo dire si sono cotte rapidamente.
Le ho scolate e passate subito sotto l’acqua fredda per fissare il colore. Le ho lasciate raffreddare, poi le ho strizzate tutte con cura, tagliate e, per sicurezza, strizzate di nuovo.
A quel punto le ho saltate in padella. Lo ammetto qui non ho seguito proprio la tradizione giapponese, ma quella della mia terra. Le ho ripassate in olio, aglio e un pizzico di peperoncino. So che i giapponesi l’aglio non lo usano per queste preparazioni, ma qui ci stava troppo bene e non ho resistito. In compenso ho completato il tutto con una generosa spolverata di semi di sesamo bianchi.
E così anche la seconda preparazione è fatta. L’ho coperta con un coperchio e via, pronta per la fase successiva.
Devo dire che in quel momento mi sentivo un po’ come un corridore alla vigilia della maratona di New York.
Le uova ma a modo mio
Passo così alla prima proteina del piatto: le uova. Avevo pensato di fare il tamagoyaki, la frittata arrotolata giapponese, ma a un certo punto cambio idea.
Prima di tutto inizia a farsi tardi, e poi non mi sento abbastanza sicura con le frittate in padella. Diciamo che non è proprio il mio forte: quando ci provo, più che una frittata sembra un’opera di Picasso.
Così cambio rotta e passo a un piano B, ma a modo mio. Leggo su internet e scopro che le uova sode giapponesi, in realtà, seguono tutta un’altra logica: si lessano, si raffreddano, si sbucciano e poi si lasciano riposare in una marinatura di salsa di soia per qualche ora.
Ma è tardi, così scelgo una versione semplificata, più italiana che giapponese: due uova sode, semplici, che adoro. Le accompagno con un condimento leggero di olio d’oliva (loro usano la maionese, io resto sulla versione light) un goccio di salsa di soia e qualche seme di sesamo, da aggiungere al momento.
E finalmente anche il terzo piatto è pronto. Ma la ricetta completa no… quindi avanti, sotto a chi tocca!
Il pollo teriyaki e la salsa che sorprende
Passo finalmente al pollo e quasi non ci credo sono quasi arrivata al traguardo.
Seguo una ricetta di Giallo Zafferano, semplice e gustosa, che mi ha subito convinta.
Per prima cosa lo marino con olio (li diceva di girasole, ma io ho usato l’ olio d’oliva) poi aggiungo sale e pepe e lo massaggio per bene, così da insaporire la carne in modo uniforme. Lo copro con la pellicola e lo metto momentaneamente da parte, come indicato.
Così mi dedico alla salsa, che però devo per forza di cose modificare leggermente.
Ovviamente tutto era scritto in grammi, così mi sono fatta aiutare dal mio assistente personale ChatGPT per convertire le dosi in cucchiai, per due persone. Segno tutto e passo al procedimento: in un pentolino aggiungo un cucchiaio scarso di zucchero di dattero (al posto del mirin), qualche goccia di succo di limone al posto del sakè (che ovviamente non ho trovato) quattro cucchiai di salsa di soia, un cucchiaio di miele e acqua.
Accendo il fuoco a medio-basso e la lascio andare per circa venti minuti, mescolando spesso con una frustina per evitare che si attacchi al fondo del pentolino. Pensavo non si sarebbe mai ridotta (avevo decisamente un pochino esagerato con l’acqua) invece si è addensata alla perfezione. Non resisto e la assaggio subito: è davvero deliziosa, mi conquista.
Pensavo venisse dolce, invece era incredibilmente bilanciata: lo zucchero di dattero, il limone, il miele e la salsa di soia insieme creavano un equilibrio perfetto. L’ho tolta dal fuoco, messa da parte e lasciata intiepidire.
A quel punto ho preso la padella antiaderente, l’ho leggermente oliata e scaldata, poi ho adagiato le sovracosce con la pelle rivolta verso il basso. Fiamma medio-bassa e circa sette minuti per lato, come da ricetta. Timer ovviamente impostato, per sicurezza.
Rosolati entrambi i lati, ho aggiunto la salsa preparata in precedenza e abbassato la fiamma. Ho aggiunto ancora un goccio d’acqua e lasciato cuocere fino a quando la carne non è risultata tenera ma cotta. La salsa si è leggermente rappresa, il pollo è diventato lucido e ben glassato.
A fine cottura ci ho messo sopra una generosa spolverata di semi di sesamo.
La cosa divertente in tutto ciò è che, fino a quando non ho iniziato a cucinare le sovracosce, nessuno si è presentato in cucina. Poi, nel momento esatto in cui ho messo mano al pollo e alla salsa, sono comparsi tutti: il mio compagno, Spartaco e Tigre, tutti a chiedere quando fosse pronto.
Ovviamente Spartaco e Tigre lo hanno comunicato con i loro occhi, che sembravano dire che non mangiavano da secoli.
Ecco la foto a dimostrazione.
Una cena lunga un viaggio
Finalmente avevo fatto anche il pollo e stavo quasi tirando un sospiro di sollievo. Erano le otto passate e stavo iniziando ad avere anche una certa fame. Ero già pronta a dire “ok, ce l’ho fatta”… e invece no. Mancava il riso.
Sono quasi le otto di sera e la cucina sembra un campo di battaglia, tra pentole, pentolini, forchette e palette. Mi sono detta: ok, prima sistemo la cucina e poi mi dedico al riso. Santa lavastoviglie.
Alla fine prendo il riso che sciaquo con pazienza fino a quando l’acqua diventa limpida, lo cuocio e finalmente tutto inizia a prendere forma; alle nove circa posso dire finalmente si mangia, avevo una fame incredibile.
Ho riscaldato tutto quello che avevo preparato con un goccio d’acqua, giusto per evitare che si attaccasse. Il mio compagno ha preparato la tavola e vai con l’impiattamento.
Finalmente il bentō era completo!
Da una parte metto il pollo, le uova con le verdure, dall’altra una ciotolina di riso con i semi di sesamo e un filo d’olio. Io ci ho aggiunto anche una piccola spruzzata di limone, lui invece l’ha lasciato così. Secondo me ci stava benissimo.
Ed eccola, la cena finalmente pronta. Me la sono gustata e sì, alla fine non ho resistito: una bella scarpetta nella salsa del pollo. Lo so non è elegante, ma era troppo buona per non farlo.
Preparare tutto è stata una vera maratona culinaria: mettere insieme tante piccole preparazioni per un unico piatto richiede tempo, coordinazione e una disciplina quasi militare. Dietro quella composizione ordinata c’è una lunga sequenza di gesti, tempi e attenzioni che si incastrano tra loro. E ammiro davvero chi lo fa ogni giorno.
Il mio piatto, alla fine, non è un vero bento. Anche perché l’ho preparato per cena, servito su un piatto e non dentro quelle bellissime scatoline porta pranzo.
Qui in Tunisia i contenitori come quelli giapponesi non si trovano, perché non esiste la cultura del pranzo portato da casa. Il cibo si vive fuori, si compra per strada, si condivide, si mangia camminando o in compagnia.
E così ciò che ho preparato è diventato altro: non un contenitore ordinato, ma un incontro di culture servito nello stesso piatto.
Quando il cibo diventa esperienza
Mentre preparavo la ricetta, mi è tornata alla mente la Signora Toukè.
Per lei cucinare non è solo un atto di cura e di amore, ma anche uno spazio in cui, a volte, serve il coraggio di osare.
E in quel momento ho capito che questo piatto, più che una ricetta, era un incontro tra amore per la cucina e il coraggio di unire sapori diversi. Ingredienti che, sulla carta, non avrebbero nulla in comune, ma che nel piatto trovano il loro posto.
E da lì mi è nata una mia personale riflessione: il punto non è rispettare le tradizioni in modo rigido, ma imparare a far dialogare culture diverse, trovando il giusto mix tra presente e passato e adattandole alla vita di tutti i giorni. Forse è proprio lì che il cibo smette di essere solo tecnica e diventa esperienza.
Un gesto domestico che richiede una forma di audacia silenziosa.
E ogni boccone, alla fine, racconta proprio questo: che il sapore più autentico non nasce dalla perfezione, ma dal tentativo. Dal provare, dal combinare, dal lasciarsi andare anche a qualcosa che non avevi previsto. Non solo in cucina, ma anche nella vita.
Devo ringraziare Manu, perché è grazie a lei se ho scoperto questo libro che mi ha emozionata e, in alcuni punti, anche commossa.
E soprattutto perché mi ha riportata, ancora una volta, fuori dalla mia zona di comfort, mettendomi in gioco con un piatto che non avevo mai cucinato.
A volte basta davvero una ricetta per fare questo: farti sperimentare qualcosa che non riguarda solo il cibo, ma anche te stessa.
In questa nuova avventura di Ricette al margine siamo partite dallo stesso libro e dallo stesso piatto, arrivando in due luoghi diversi.
Un bentō disegnato prima di essere cucinato, alla ricerca di dettagli piccoli e ostinati.
Un bentō costruito strada facendo, tra mercati, sostituzioni e incontri.
Eppure, a guardarlo da vicino, qualcosa coincide.
La cura, il tempo dedicato, il pensiero per chi mangerà.
È proprio qui che le nostre cucine si incontrano davvero.
Non nella fedeltà alla ricetta, ma nel modo in cui la attraversiamo, insieme.
Se è la prima volta che entri in Ricette al Margine, puoi leggere qui il racconto precedente.
Vuoi scoprire le prossime ricette e continuare questo viaggi tra pagine e fornelli?
Se ti va, lascia un commento o mandaci il tuo margine, una ricetta annotata, una pagina fotografata, un ricordo di cucina, potremmo cucinarla a distanza, insieme.












Piatti bellissimi, di grande ispirazione. Da piccola desideravo tantissimo per merenda quelle palle di riso con la fascia nera, che poi ho capito essere l’alga nori. E poi, ma c’entrano poco con i bento, i panini al malto di Heidi (che compro in grande quantità quando vado in Alta Pusteria e rimpiango molto quando poi finiscono). E la gazzosa alla fragola di Candy, ma questa non credo che oggi riuscirei davvero a berla.
Preparazioni bellissime e anche buonissime, davvero complimenti!
Il bento mi fa subito pensare alla mia “schiscetta” da ufficio: avanzi all’italiana sistemati con cura la sera prima… e poi il giorno dopo, quando la apro, si è inevitabilmente mescolato tutto durante il trasporto 😅
Quello che mi affascina della cucina giapponese è proprio l’attenzione, la precisione, ma anche la pazienza: cotture lunghe, marinature, gesti lenti e ripetuti. La apprezzo tantissimo nel gusto, ma sento che è un modo di preparare il cibo molto lontano da me.
Il vostro racconto però mi ha fatto riflettere su altro, sul perfezionismo. A volte tendere a un ideale mi blocca, perché ho paura di non riuscire a raggiungerlo.
Voi invece trasmettete qualcosa di diverso: non vi scoraggiate, siete flessibili e riuscite a trasformare anche l’imprevisto in una risorsa. Ed è una cosa bellissima.