La nuova puntata di Ricette al margine - due cucine che si incontrano a distanza - si apre a una voce ospite. Monica, una nostra lettrice, che cucina da anni e ha una passione precisa per gli impasti e le lievitazioni.
Così, senza pensarci troppo, ci troviamo a parlare della cosa più semplice e allo stesso tempo più difficile da fare davvero, il pane.
Daniela mi racconta spesso, nei nostri scambi quotidiani, del pane tunisino e della sua presenza costante sulla tavola. Un gesto che si ripete, ogni giorno, e che tiene insieme casa e tempo.
Sembra una scelta naturale, anche semplice ma non lo è affatto.
Richiede misura, attesa, attenzione. Cambia con l’aria, con l’acqua, con le mani che lo lavorano. Non è mai lo stesso, anche quando si parte dagli stessi ingredienti.
Forse è proprio questo che rende il pane il punto di partenza perfetto. Ogni paese, ogni città, perfino ogni famiglia, gli affida una forma, un profumo, una memoria diversa. Eppure, sotto tutte queste differenze, resta il linguaggio comune del Mediterraneo: farina, acqua, fuoco, attesa.
Italia
Un pane antico
Sono giorni che penso a quale pane preparare. Passo in rassegna tutte le tipologie che ho voglia di provare, dal pane in cassetta a quello cafone, fino al pizzillo avellinese, pane della mia infanzia per il quale servirebbe un forno a legna, difficile da trovare a Roma.
Poi, scavando nella memoria dei miei anni da studentessa d’arte, tornano alcune immagini. Forme di pane carbonizzate, rimaste nei forni di Pompei. Mi fermo lì. E inizio a chiedermi se l’antenato del pane campano sia ancora riproducibile.
Si tratta del panis quadratus, o panis pompeianus. Un pane rotondo, inciso a spicchi per dividerlo senza coltello, fatto per essere condiviso. E ciò che mi colpisce di più è il fatto che sia ancora lì, nei forni di Pompei, dopo duemila anni. Sospeso.
Cerco diverse ricette, le confronto, e alla fine scelgo la più semplice. Farina 0 e integrale, acqua, lievito, sale, un filo d’olio e semi di sesamo.
È sabato mattina. Mi sveglio presto, non per eccesso di zelo ma perché il gatto reclama cibo. Preparo il caffè e comincio a impastare. L’acquisto migliore della mia vita, dopo la macchina fotografica, è stata l’impastatrice. Per chi, come me, è creativo ma anche terribilmente pigro, è una compagna perfetta.
Preparo gli ingredienti e in pochi minuti l’impasto è pronto. Nel silenzio della casa, mentre aspetto, mi ritrovo a immaginare i vicoli di Pompei. Un luogo in cui andare almeno una volta nella vita.
L’archeologia mi ha sempre affascinato. Quelle strade, le case, gli affreschi con quel rosso così intenso da essere diventato un pantone moderno. E poi il cibo. Taverne, forni, utensili, vino, olio e pane. Tutto arrivato fino a noi quasi intatto. Una fotografia del I secolo d.C., attraverso la quale scoprire le abitudini alimentari dei Romani. In effetti, il cibo è già raccontato lì. E, incredibilmente, una parte di quella narrazione è arrivata fino a noi interamente leggibile. A questo punto mi fermo e appunto questa riflessione, da tenere da parte per altri articoli.
Passa qualche ora e l’impasto raddoppia. Lo sposto sulla teglia e gli lego intorno lo spago da cucina, cercando di delinearne la forma. Con un altro giro provo a segnare i solchi che dovrebbero dividerlo in otto spicchi.
Lo lascio riposare ancora quarantacinque minuti, poi lo metto in forno caldo.
Dopo poco, un profumo rustico invade la casa. Mi fermo lì, a sentirlo, e all’improvviso mi accorgo di aver dimenticato qualcosa. Come sempre. Non c’è verso di fare tutto per bene fino in fondo. Il sesamo, che avrei dovuto spargere sulla superficie. Non avrebbe solo migliorato l’aspetto, ma anche il sapore.
Me ne faccio una ragione. E spero almeno che sia mangiabile.
Preparo il set per la foto.
Ho in mente i Romani, quindi aggiungo quello che riesco a immaginare su una tavola dell’epoca, formaggio, olive, pepe, qualche rametto di rosmarino, e delle ciliegie.
Sforno il pane.
L’aspetto non è dei migliori. Gli spicchi si sono quasi persi, i solchi non sono rimasti, nonostante li avessi segnati anche con il coltello. Però al tatto è cotto, e fragrante.
Scatto la foto.
Ne taglio una fetta, più per verifica che per altro. La mollica è compatta e profuma.
Assaggio.
È delizioso. Per essere il primo tentativo, è più che soddisfacente.
So già che il panis quatratus finirà nel mio ricettario rosso, con qualche appunto a margine e qualche correzione che arriverà rifacendolo ancora.
Avrei voluto ottenere subito quella forma perfetta che si vede negli affreschi. Ma la mia cucina è sempre così. Un po’ distratta, poco estetica, piena di imprevisti.
E forse è proprio questo che mi fa continuare.
Da qui lo stesso piatto entra in un’altra cucina.
Tunisia
Il pane tunisino che non pensavo di riuscire a fare
Quando Manu mi ha detto che per questa nuova sfida avremmo preparato il pane, ho avuto due reazioni completamente opposte. La prima è stata l’entusiasmo. La seconda è stata: “Aspetta un attimo. La pizza la sai fare. Ma il pane?”
La pizza è ormai una presenza familiare in cucina. Il pane, invece, resta ancora qualcosa che osservo con ammirazione e un certo timore reverenziale.
Ognuno di noi poteva scegliere il pane che preferiva. Mentre ne parlavo con Manu, lei mi ha detto una cosa molto semplice: «Ma perché non fai uno tunisino?»
E aveva ragione, mi emozionava l’idea di preparare un pane del posto, soprattutto perché mi faceva piacere far conoscere uno dei tanti tipi di pane che sto ancora scoprendo.
Da quando vivo qui, sono diventata una frequentatrice abituale delle panetterie di Hammamet. Tra pani, dolci e specialità del posto, potrei ormai chiedere una tessera fedeltà: è tutto incredibilmente buono oltre che visivamente irresistibile. Eppure, fino a quel momento, non avevo mai provato a impastarne uno con le mie mani.
Così ho iniziato a documentarmi.
Tra ricette e fotografie, mi sono imbattuta in un pane che avevo già visto a Tunisi e a Sousse, dove è molto più comune rispetto alla zona in cui vivo.
Il pain brioché tunisino.
È bastata una foto per farmi innamorare.
La sua caratteristica più riconoscibile è il colore dorato, dato dalla curcuma (una spezia che adoro) accompagnato dal profumo delicato e leggermente aromatico dell’anice.
È un pane che, nella sua semplicità, racconta molto bene una parte della tradizione culinaria tunisina.
Un piccolo momento Quark
Prima di mettere letteralmente le mani in pasta, ho scoperto una cosa interessante e non potevo non mettere qualche accenno storico!
Il pain brioché arriva in Tunisia nell’Ottocento, durante il periodo in cui l’influenza europea, soprattutto francese , inizia a lasciare tracce anche nella panificazione locale. I fornai francesi introducono pani più soffici e arricchiti, molto diversi da quelli tradizionali tunisini, generalmente più rustici e legati a tecniche di lavorazione antiche.
I tunisini, però, invece di copiarlo, lo integrarono nella loro vita quotidiana, adattandolo al proprio contesto.
Il burro, costoso e poco accessibile, venne sostituito con olio d’oliva o di semi. Lo zucchero si ridusse, e il risultato divenne una brioche meno dolce ma più equilibrata e in linea con i gusti locali.
Con il tempo, questo pane è entrato a far parte della vita quotidiana: si trova nelle panetterie, nei caffè e nei mercati. Si consuma a colazione, come spuntino o come base per panini farciti.
È uno di quei prodotti che raccontano bene l’incontro tra culture diverse… e forse è stato proprio questo dettaglio a convincermi definitivamente di cucinarlo.
La missione ingredienti
Una volta scelta la ricetta, ho preso carta e penna e ho iniziato a controllare cosa avessi già in dispensa e cosa no. Farina, curcuma, zucchero (ovviamente di dattero), semi di sesamo e latte erano già lì. Ottimo, ho pensato: ero a metà dell’opera con la spesa. Mi mancavano solo le uova, l’olio di semi, l’anice e il lievito fresco. Ce la potevo fare.
Le uova non erano un problema: le avrei prese dalla mia amica, nonché vicina di casa, che ha un piccolo pollaio. Per l’olio di semi sarei passata al supermercato: avrei preso quello di girasole.
Per l’anice, invece, avevo già un piano. Quel sabato sarei andata a visitare un nuovo mercato agricolo di cui avevo sentito parlare da poco.
Si è rivelato una scoperta meravigliosa. Banchi di frutta e verdura di produttori locali, profumi ovunque e, naturalmente, loro: le spezie.
Sono tornata a casa, oltre che carica di frutta e verdura, anche con un bel sacchetto di anice profumatissimo e con la solita sensazione che provo ogni volta che entro in un mercato: quella di voler comprare praticamente tutto.
Restava solo il lievito fresco… e poteva andare tutto liscio fino alla fine? Certo che no.
Avevo deciso di cercarlo in panetteria, anche se alcune amiche mi avevano già avvertito che spesso non lo vendono ai clienti. Ma mi sono detta: “Tentare non nuoce, domani ci passo.”
E mentre preparavo la cena, è successo qualcosa di completamente inaspettato. Nel gruppo di francese che frequento, una signora ha pubblicato la foto di un piccolo barattolo pieno di lievito fresco appena acquistato.
Ho interrotto quello che stavo facendo e le ho scritto subito per chiederle dove l’avesse trovato. La risposta mi ha spiazzata: «Dal fruttivendolo del centro di Hammamet.»
Sono rimasta a fissare il messaggio per qualche secondo. Forse avevo letto male… come, dal fruttivendolo? Rileggendo, nessun dubbio: era proprio lì. E io che davo per scontato la panetteria.
La mattina seguente sono andata al negozio. Entro, saluto, e il proprietario ricambia con un sorriso cordiale. Poi mi guarda e chiede: «Italiana?»
Rispondo di sì. E con mia grande sorpresa inizia a parlarmi in un italiano abbastanza fluente, raccontandomi anche dei suoi viaggi in Italia.
A quel punto gli chiedo del lievito e, da sotto il bancone, tira fuori un grande barattolo. Prende il mio vasetto di vetro che avevo portato da casa, lo riempie e me lo consegna.
Sono uscita dal negozio sorridendo, mi sembrava tutto surreale.
Ancora oggi non riesco a non trovare divertente il fatto che, in Tunisia, io abbia comprato il lievito dal fruttivendolo. Ma forse è proprio questo uno degli aspetti che amo di più della vita qui: trovare le cose più semplici nei posti più inaspettati.
Finalmente si impasta
Con tutti gli ingredienti finalmente a disposizione, mi sono ritagliata una mattinata tutta per me.
La ricetta in sé non era particolarmente complicata, ma richiedeva diverse ore di lievitazione e una buona dose di pazienza.
Meglio, quindi, affrontarla con calma, senza altri impegni in mezzo.
Ho aperto la ricetta, rigorosamente in francese, e per l’ennesima volta ho ringraziato Google Translate per essere venuto in mio soccorso.
Ho disposto tutti gli ingredienti sul piano di lavoro, insieme a ciotole, cucchiai e utensili. Mi piace avere tutto a portata di mano: mi dà una sensazione di ordine e controllo, almeno in teoria. Perché in pratica non è mai così.
Infatti, dopo pochi minuti, ero già lì a chiedere aiuto a ChatGPT per convertire grammi e millilitri in cucchiai e bicchieri.
Quando ho scoperto che i 400 grammi di farina corrispondevano a circa trentatré cucchiai colmi che poi dovevo dividere per due, ho iniziato a sospettare che più che una ricetta stessi risolvendo un esercizio di fisica quantistica. Mi sono segnata tutto sul mio quaderno e ho iniziato.
Per prima cosa ho preparato il lievitino. Nella ciotola ho versato un bicchiere di latte tiepido, un cucchiaio colmo di lievito fresco, un cucchiaio di zucchero di dattero e metà della farina (circa 16 cucchiai e mezzo) e via a mescolare il tutto.
La ricetta parlava di una crema morbida. Il mio composto, invece, sembrava più adatto a stuccare una parete. Così ho aggiunto un po’ di latte, ho impastato con le mani e alla fine ho ottenuto una pallina morbida e profumatissima, invece della crema prevista.
Tra me e me ho pensato: il profumo è buono… speriamo bene.
Ho coperto la ciotola e l’ho messa nel forno spento per farla riposare per un’ora.
Poi sono passata al secondo impasto.
La ricetta prevedeva una planetaria, che io non avevo. Ma ho pensato: ho due braccia e oggi si fa sport.
Ho unito così, in una ciotola, la restante farina, un cucchiaio di sale, due cucchiai di olio d’oliva e due di olio di semi di girasole.
Era previsto mezzo cucchiaino di curcuma, ma io ho abbondato, perché la adoro. Infine, una manciata di semi di anice.
Ho mescolato il tutto il più velocemente possibile. A un certo punto le braccia mi facevano male: altro che palestra, potevo fare tranquillamente concorrenza a braccio di ferro. Mentre impastavo però il profumo iniziava già a riempire la cucina.
Poi ho ripreso la ricetta per capire quali ingredienti dovevo mettere ed è lì che ho scoperto l’errore.
Il famoso lievitino, che stava riposando tranquillo nel forno, doveva essere aggiunto proprio in questo impasto.
Fino a quel momento ero convinta che si trattasse di due preparazioni separate: avevo letto “lievito”, non “lievitino”.
E giustamente, non poteva mancare l’imprevisto. Persino i potenti mezzi di Google Translate mi avevano abbandonato!
Così ho coperto l’impasto lasciandolo a metà e ho aspettato che il lievitino finisse di lievitare. (Scusate il gioco di parole.)
Altro, a quel punto, non potevo fare.
Nel frattempo ho sistemato la cucina che, nel giro di un’ora, sembrava già essere stata attraversata da una tempesta di farina e ho preparato il pranzo.
L’impasto prende vita
Alle due del pomeriggio il lievitino era finalmente pronto. Riprendo la ricetta la quale dice che dovevo “sgasarlo”. Non avendo grande esperienza in materia di panificazione, ho chiesto a ChatGPT cosa significasse.
A quanto pare voleva semplicemente dire eliminare delicatamente parte dei gas prodotti durante la lievitazione e per farlo la cosa migliore era premerlo delicatamente con le mani.
Quando ho aperto il forno sono rimasta senza parole.
Il lievitino era cresciuto moltissimo. Era soffice, pieno di bolle e aveva un profumo inebriante.
A quel punto ho unito finalmente i due impasti, ho aggiunto un uovo e ho iniziato a lavorare tutto con energia per circa quindici minuti.
Una volta terminato, l’ho guardato con occhi stupiti. Dopo tutti gli errori, i dubbi e gli imprevisti l’impasto si era trasformato in una massa morbida, elastica e uniforme, come descritto.
Lo ammetto: aveva superato ogni mia aspettativa e non ho resistito gli ho dovuto fare una foto.
Mi sono sentita un po’ come un inventore davanti alla propria creazione, orgogliosa e sorpresa allo stesso tempo. È strano come a volte si parta con un’idea precisa di come andranno le cose e poi ci si ritrovi davanti a qualcosa di ancora migliore di quanto si immaginasse.
Ho coperto la ciotola e ho lasciato lievitare ancora per un’altra ora.
Tra impasto e imprevisti
Riprendo finalmente il mio impasto e ne tolgo circa 100 grammi, formando una piccola pallina da mettere da parte e stendo il resto con il mattarello.
La ricetta mostrava un rettangolo perfetto…Il mio era più arte astratta che geometria.
A questo punto lo incido con una concentrazione degna di un chirurgo in sala operatoria, seguendo le istruzioni alla lettera: una serie di tagli orizzontali, ben distanziati tra loro.
A quel punto dovevo arrotolarlo. Nella mia testa l’operazione era semplice: lo prendo con due mani, un movimento deciso e via… peccato che l’impasto avesse altri programmi.
Così ho dovuto accompagnare ogni piega con estrema delicatezza. Dopo qualche tentativo sono riuscita a formare la caratteristica treccia del pain brioché, chiudendola ad anello come previsto dalla ricetta.
Non era stato semplice. Nonostante le incisioni fossero venute bene, durante l’arrotolamento alcune parti tendevano ad attaccarsi. Probabilmente avevo infarinato poco il piano di lavoro. Ho quindi recuperato il coltello e rifatto qualche piccolo taglio per ridare forma all’insieme.
Il risultato non era identico alla fotografia che avevo preso come riferimento, ma per me era già una vittoria.
A quel punto arrivò la fase che mi spaventava di più: trasferire il pane sulla placca.
L’idea sembrava semplice. La pratica molto meno. L’impasto era morbido e pesante e avevo il terrore di distruggere tutto proprio a un passo dal traguardo.
Con calma e sangue freddo, ho fatto scivolare lentamente la treccia sulla carta forno. La chiusura, ovviamente, si è aperta leggermente, ma con qualche pizzicotto strategico sono riuscita a rimediare.
Poi ho preso il piccolo panetto che avevo tenuto da parte, l’ho steso formando un rettangolo e l’ho inciso. Questa volta avevo imparato la lezione: più farina sul piano di lavoro. E infatti l’impasto si è dimostrato un po’ più collaborativo.
Ho formato la piccola treccia centrale e l’ho posizionata nel mezzo del pane, andando a riempire il foro della ciambella e facendola aderire delicatamente ai lati.
Quando ho finito, mi sono fermata a guardarlo.
Certo, non era identico all’originale, ma in quel momento non aveva alcuna importanza. Mi sentivo come se avessi vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi.
Pensavo di aver quasi finito e invece…. No!!!
La ricetta mi diceva a questo punto che dovevo lasciarlo lievitare ancora un’ora. L’impresa stava assumendo contorni sempre più epici.
Così l’ho messo da parte e ho affrontato, per la quarta volta, la pulizia della cucina. A quel punto la farina sembrava averne preso definitivamente possesso.
Terminata anche l’ultima lievitazione, ho preriscaldato il forno e, finalmente, l’ho infornato a 180 gradi per circa venticinque minuti.
Mentre aspettavo, mi sono preparata un tè alla menta e poco alla volta la casa si è riempita del profumo del pane caldo.
È uno di quegli odori che trovo irresistibili: rassicurante, familiare, capace di trasformare l’atmosfera di una casa.
Ed è stato proprio in quel momento che il mio compagno è comparso in cucina, attirato esclusivamente dal profumo. Durante le pulizie, infatti, si era misteriosamente dileguato. Ha fatto finta di essere lì per controllare come procedeva la ricetta. In realtà voleva soltanto sapere quando si poteva assaggiare.
A questo punto ero arrivata alla fase finale: spennellare il pane e cospargerlo di semi di sesamo.
Prendo una ciotolina, apro il frigorifero, afferro l’uovo e... non mi scivola dalle mani finendo tutto sul pavimento.
Per rendere la situazione ancora più interessante, era anche l’ultimo rimasto: gli altri li avevamo mangiati a pranzo.
Perfetto.
Ammetto che non vedevo l’ora di aggiungere anche la pulizia dell’uovo spiaccicato alla lunga lista delle faccende della giornata.
Ma ormai il pane era diventato una questione di principio. Cosi faccio finta per ora di niente e decido di finire il pane. Vieto l’accesso alla cucina a chiunque: compreso il cane e la micia.
Rimasti soli, io e il mio impasto, ho ripreso la ciotola, verso il latte e spennello delicatamente la superficie del pane. Infine l’ho cospargo di semi di sesamo.
E via in forno. Dopo non so quanto tempo, posso dire: operazione completata.
Il momento della verità
Quando il pane si è raffreddato abbastanza da poter essere tagliato, è arrivato il momento della verità: l’assaggio.
E devo ammettere che ci ha sorpresi.
Non era soffice come nella foto (forse avrebbe dovuto lievitare ancora un po’non saprei), ma la curcuma e l’anice si sposavano perfettamente. Il risultato era delicato, profumato e molto più equilibrato di quanto avessi immaginato.
Dal nome avevo quasi dato per scontato che fosse dolce. Invece no: lo zucchero di dattero era appena percettibile e lasciava spazio alle spezie.
Ho capito allora perché questo pane venga consumato sia a colazione che durante la giornata.
Noi lo abbiamo assaggiato nella sua forma più semplice: pane e olio. Una di quelle combinazioni semplici con cui molti di noi sono cresciuti ma che sanno immediatamente di casa.
Quando una ricetta diventa qualcosa di più
Alla fine questa esperienza mi ha lasciato molto più di un semplice pane.
Mi ha ricordato che spesso siamo noi i primi a porci dei limiti, molto prima di iniziare davvero.
Partiamo convinti che qualcosa sarà troppo difficile, che non saremo capaci o che il risultato non sarà all’altezza.
Poi iniziamo. Un passo, poi un altro. Sbagliamo, improvvisiamo. E quasi senza accorgercene, le cose iniziano a funzionare.
Questo pain brioché tunisino inoltre, mi ha fatto scoprire un altro piccolo pezzo del Paese in cui vivo, e mi ha portato ancora una volta fuori dalla mia zona di comfort.
Per questo devo ringraziare Manu e Monica: senza questa sfida probabilmente non mi sarei mai messa a impastarlo.
E forse è proprio questo il bello della cucina.
Non è solo preparare qualcosa da mangiare.
È lasciare spazio alla curiosità, accettare gli imprevisti e fidarsi del processo.
Perché a volte basta un pane qualunque per ricordarci che le cose iniziano davvero quando decidiamo di provarci.
E, a proposito di cose nuove, ho anche imparato a sgasare il pane. E devo dire che c’è sempre qualcosa di bello nello scoprire cose nuove.
Da qui il pane ritorna in Italia, entrando in una cucina ospite.
Italia (Guest)
Il difficile non è fare il pane, è aspettarlo
La parte più difficile di questa ricetta?
Senza dubbio l’attesa prima di tagliare la pagnotta e scoprirne l’interno.
La ricetta è di Davide Zambelli (alla quale vi rimando qualora aveste voglia di impastare), l’ ho seguita pedissequamente. Davide consiglia, una volto cotto il pane, di aspettare almeno un’ora e mezza prima di tagliarlo…
Ed è stato proprio lì che si è giocato tutto: tra il profumo che riempiva la cucina e le mani che fremevano. Era lì che stavo per cedere, tagliandolo ancora caldo per vedere com’era venuto davvero questo pane.
Quando ho iniziato a prepararlo volevo quel risultato visto su youtube: una mollica soffice, alveolata, una crosta dorata, croccante. E tutto quello che facevo era orientato a quell’obiettivo finale, come se ogni gesto fosse solo un mezzo per arrivare lì.
Ma poi, impastando, qualcosa si è mosso e mi sono chiesta: perché penso sempre e solo al risultato? Perché faccio così fatica a restare dentro il processo?
Fare il pane —i lievitati in generale — è un esercizio lento, non si può avere fretta. Bisogna dosare, aspettare, avere cura. Forse è proprio questo che mi affascina così tanto in questo tipo di preparazioni: quel ritmo diverso, che non posso forzare.
E allora perché, se è proprio quella lentezza ad attirarmi, non riesco davvero a goderne? Perché sto sempre un passo più avanti, già alla fine, già al momento in cui taglierò la pagnotta a metà per vedere “com’è dentro”?
La risposta è che mi misuro solo sul risultato, mi sento a posto solo quando posso dire “è riuscito”.
Ma il bello non sta solo nel risultato, sta nelle mani sporche di farina, nel fare le pieghe all’impasto, nel gesto di coprire l’impasto e lasciarlo fare, senza controllarlo continuamente.
Sta nel fidarsi di un processo.
E forse, la prossima volta, proverò a restare un po’ di più lì, non nel momento in cui taglierò il pane, ma in tutti quelli prima.
Ringrazio le mie compagne di ricette che mi hanno accolto in questo spazio, ho già capito che grazie a loro imparerò molto, non solo in cucina, ma anche su di me.
Tre cucine, tre pani diversi, un punto di partenza comune. E ogni volta succede la stessa cosa, cambiano gli ingredienti, cambia il ritmo, cambia il modo di affrontare la ricetta.
Perché cucinare non è mai soltanto seguire dei passaggi. È un modo di stare nelle cose. Un linguaggio, proprio come la scrittura o l’arte, che ognuno interpreta a modo suo.
C’è chi misura tutto, chi va a istinto, chi si perde nei dettagli e chi negli imprevisti trova la strada. E forse è proprio questo che rende ogni ricetta diversa, anche quando sembra la stessa.
Per chi volesse approfondire il rapporto tra pane, memoria e identità, consiglio Pane nostro di Predrag Matvejević, un libro che attraversa il Mediterraneo partendo proprio dal pane per parlare di cultura, tradizioni e confini. Un piccolo viaggio che vale la pena tenere accanto, per conoscere meglio dove affondano le nostre radici culinarie.
E alla fine, che sia riuscito o meno, quello che resta è sempre lo stesso gesto. Impastare, aspettare, provare ancora.
Se è la prima volta che entri in Ricette al Margine, puoi leggere qui il racconto precedente.
Vuoi scoprire le prossime ricette e continuare questo viaggi tra pagine e fornelli?
Se ti va, lascia un commento o mandaci il tuo margine, una ricetta annotata, una pagina fotografata, un ricordo di cucina, potremmo cucinarla a distanza, insieme.












Bell'articolo, mi è arrivato il profumo del pane fin qui. Però non posso ignorare lo spaccio illegale di lievito fresco da parte del fruttivendolo di Hammamet. Direi che ci sono tutti gli estremi per l'arresto in FRAGRANZA.